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Imprenditore del nord-est Italia salvo: annullato l’Avviso di accertamento e le pretese di Agenzia delle Entrate.

articolo a cura di:
Matteo Stenbock
Matteo Stenbock

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“Ho deciso di condividere la storia di Antonio, imprenditore del nord-est Italia che dopo due anni di pressioni, fatti di controlli in sede, ansie e paure, ha avuto ragione su Agenzia delle Entrate. Lui come tanti altri ha visto annullato l’avviso di accertamento che, prima di essere affidato a CFC Crisi Fiscale d’Impresa, non lo faceva dormire”.

Lo afferma Carlo Carmine, founder di CFC Legal, che in questa intervista, spiega come un imprenditore da loro assistito ha detto “addio” alle pretese ingiuste di Agenzia delle Entrate.

Capita sempre più spesso che le pretese di Agenzia delle Entrate siano “distratte” e non congrue ai fatti. Così come spesso capita che è proprio in una frase non detta, o espressa male, che si cela l’ago che sbilancia, a favore dell’imprenditore e dell’annullamento della pretesa fiscale, il giudizio del giudice.

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Inoltre, oggi come oggi è importantissimo darsi da fare nel gestire il proprio debito fiscale e commerciale. Infatti proprio in questo 2022 Agenzia delle Entrate attraverso le parole del suo direttore, Ernesto Maria Ruffini, parla di oltre 525mila controlli e dell’obiettivo di recuperare 18 miliardi di euro nel 2022.

Imprenditori avvisati: la “pausa fiscale” è un lontano ricordo e oggi ci si deve dar da fare.

Oggi è con grande soddisfazione, però che il presidente di CFC Legal, Carlo Carmine, presenta l’ultimo caso risolto dal suo team legale. Anticipato a TaxShowLive, la trasmissione in onda su BFC Forbes, al canale 511 di Sky. il caso è illustrato, sentenza alla mano, insieme all’avvocato Guglielmo Giuseppe Di Giovanni nel video sopra.

Protagonista della vicenda una società che opera nel nord est d’Italia nel settore dell’assistenza sociale, oggetto di una verifica fiscale da parte della Guardia di Finanza durata due anni. Al termine della quale Agenzia delle Entrate ha emesso due avvisi di accertamento. 

Un aspetto, questo, su cui il presidente Carlo si è voluto soffermare. 

“È del tutto legittimo che l’autorità preposta svolga l’indagine con il massimo scrupolo, precisa. Ma due anni sono davvero un tempo troppo lungo che può creare grandi problemi all’imprenditore nei suoi rapporti con dipendenti, banche e fornitori. Tra l’altro, sottolineo che lo Statuto dei diritti del contribuente prevede dei tempi massimi di permanenza dei verificatori presso i locali aziendali”.

La verifica si è conclusa con un voluminoso processo verbale di constatazione (c.d. P.V.C.) all’interno del quale sono state riassunte tutte le contestazioni che, successivamente, sono state fatte proprie negli avvisi di accertamento dell’Agenzia delle Entrate.

“A una prima lettura – commenta l’avvocato Di Giovanni – il P.V.C. sembrava inattaccabile proprio sulla base della rilevante e copiosa documentazione prodotta a supporto dalla Guardia di Finanza. Ma solo all’apparenza. A quel punto siamo intervenuti noi e dopo aver preso in carico la pratica abbiamo presentato ricorso avverso gli avvisi di accertamento notificati”. 

“La nostra forza – ha aggiunto Carlo – sta proprio in questo: avere capacità e competenza nell’individuare le falle che spesso e volentieri emergono a seguito di un’analisi attenta e approfondita della pratica. In questo caso, oltretutto, era importante restituire all’imprenditore quelle certezze venute meno dopo i due lunghi anni di verifica fiscale subita”.

La contestazione della Gdf e il ricorso del team legale di CFC

Ma cosa contestava la Gdf? Secondo i militari, l’azienda aveva nascosto una contabilità parallela rispetto a quella ufficiale, facendo transitare i relativi incassi su conti correnti non intestati all’azienda. Quel reddito è stato integralmente imputato alla società, superando il livello di (presunta) evasione fiscale idoneo a far scattare la denuncia dell’imprenditore anche sul piano penale. 

Nel ricorso presentato il team legale di CFC ha contestato analiticamente la ricostruzione dei fatti sostenuta dal Fisco, fornendone una diversa interpretazione, che, alla fine, ha convinto il Giudice tributario.

“Abbiamo smontato, punto su punto, la ricostruzione della Gdf, tra l’altro avvalendoci proprio della documentazione su cui si erano basate le contestazioni del Fisco. Abbiamo dimostrato che la presunta evasione non era imputabile alla società, ma, al massimo, ad un suo dipendente infedele. Quest’ultimo spendeva il  nome dell’ignara società nei rapporti esterni, accaparrando clientela ed emettendo fatture e incassando denaro, utilizzando il “marchio” della società in modo abusivo. Tutto questo, però, senza che vi fosse alcun reale servizio prestato dalla società accertata”.

Difendersi dal Fisco è possibile

In un passaggio della sentenza, si legge che “è credibile che non vi fosse alcuna gestione parallela, bensì che tale gestione era da attribuire a soggetti che non erano in alcun modo riconducibili al soggetto accertato”. 

L’esito positivo del ricorso ha permesso a CFC di poter difendere con successo l’imprenditore anche dalle accuse penali che gli erano state rivolte.

“Ogni caso che riusciamo a risolvere è fonte di grande soddisfazione per noi, conclude il presidente Carlo. Perché significa aver restituito forza e dignità a chi pensava di essere sul punto di perdere tutto. Sarò sempre grato al mio fantastico team legale per tutto quello che ogni giorno fa a sostegno dei nostri imprenditori”.

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